lunedì 1 gennaio 2007

28esima Marcia dei 3 Mulini + 11esima Maratonina delle 2 Torri - VAZZOLA


Presenza e tempi "fossaltini"


"Il piede non mi faceva più male", di Ermete Pastorio

La domenica mattina si presentava fredda, pallida e uggiosa. In calendario la corsa a Zero Branco. Io avrei dovuto lavorare ma il capo mi ha chiesto di fare il sabato e ho colto l’occasione per cambiare il turno anche perché un dolore persistente alla caviglia m’impediva quasi di correre, quindi volevo testare le mie capacità per valutare se correre la maratona della domenica prossima o rinunciarvi. Ho deciso di partecipare quasi all’ultimo minuto. Mi sono presentato all’iscrizione e ho trovato una disorganizzazione scoraggiante, nessun cartello, la Polisportiva Fossaltina assente giustificata a causa di un funesto lutto, mi sono trovato da solo e, arrabbiato, ho deciso di partecipare alla corsa senza iscrivermi. Sono partito in anticipo zoppicando per il dolore al tendine d’Achille. Ho camminato e provato a correre per alcuni chilometri fino al bivio dei 12-21 km. Al bivio mi sono fermato totalmente indeciso sul da farsi, mi sono messo a chiacchierare un po’ col volontario che stava di guardia dell’incrocio e poi mi sono incamminato zoppicando verso il traguardo dei 21 km. Mentre camminavo e provavo a correre tre ragazzetti di undici anni, mi hanno sorpassato e poi si sono fermati col fiatone. Mentre provavo a correre, li ho osservati e mi sono accorto che correvano troppo forte, finivano il fiato e poi si fermavano a respirare con affanno. Guardandoli si capiva che erano amici o compagni di classe e che, per sfida o per gioco, si erano iscritti con la classe delle medie e stavano provando a fare i ventuno da soli, mentre il resto della classe faceva i dodici. Ho iniziato a correre alla loro velocità e ho spiegato loro che se volevano arrivare alla fine dovevano rallentare, misurare le forze e cercare di correre a una velocità costante. Mi hanno ascoltato e così è iniziata la straordinaria avventura che ci ha portato tutti e quattro al traguardo. Loro davanti ed io dietro, li tenevo lenti e cercavo di portarli avanti con costanza. Abbiamo iniziato a macinare i chilometri mentre tutti ci sorpassavano. I ragazzetti si lasciavano trascinare dall’entusiasmo e aumentavano ogni volta che qualche corridore ci sorpassava, mentre io ogni volta li richiamavo e li rallentavo. Mi è dispiaciuto nel vedere che, di tutti i corridori che ci hanno superato, nessuno ha pensato di rallentare e aggregarsi a noi per accompagnare questi ragazzini fino al traguardo. Qualcuno gli faceva i complimenti nel superarli e poi mi chiedeva: “Sono tuoi?”. Io rispondevo: “No, li ho raccolti per strada”. La campagna era coperta di rugiada e nelle pozzanghere si vedeva qualche pezzo di ghiaccio. Il pallido sole invernale ha iniziato a scaldare la giornata mentre noi percorrevamo sterrati e strade asfaltate fermandoci solo ai ristori dove i ragazzetti si fiondavano con avidità e serviva tutta la mia forza di persuasione per farli ripartire. Non avevano un abbigliamento ideale per correre, ma avevano in bella mostra il tagliando 
dell’iscrizione e continuavano a dimostrare una volontà di ferro, per cui siamo andati avanti. Altre strade, altra campagna e un altro ristoro, mentre i chilometri da fare diminuivano lentamente. L’entusiasmo mi ha fatto passare il dolore al tendine e mi sono reso conto che sarei potuto arrivare alla fine dei ventuno alla stessa velocità dei ragazzetti, senza strappi e senza accelerazioni pericolose. Arrivando alla fine ho iniziato a preparare i ragazzetti per l’arrivo. Gli ho detto che sicuramente erano gli unici della loro categoria e che quindi avrebbero potuto meritarsi un premio, ma era importante che arrivassero al traguardo assieme. Passando la linea d’arrivo assieme il premio sarebbe andato ugualmente a tutti e tre e se lo meritavano visto l’impegno che ci stavano mettendo. All’ultimo chilometro li ho fatti camminare un po’ perché non riuscivano più a correre, ma, appena hanno capito, di essere vicino alla piazza di arrivo si sono rimessi a correre da soli, senza che li spronassi. Siamo arrivati alla fine dopo due ore e quindici minuti di corsa lenta ma costante. Purtroppo, la mia delusione è stata grande quando mi sono accorto che le premiazioni erano già concluse. Mi sono arrabbiato. Sono andato dal signore che aveva il microfono e gli ho detto che tre ragazzetti di undici anni avevano fatto tutti i ventuno di corsa ma che erano arrivati solo ora. Il signore col microfono mi ha chiesto: “Sono di Zero Branco?”. Gli ho risposto di sì e che meritavano un piccolo riconoscimento. Poi il mio caratteraccio ha avuto il sopravvento e me ne sono andato. Fortunatamente, mentre lasciavo la piazza, ho incrociato uno dei ragazzetti e gli ho chiesto: “Siete andati sul podio?". Mi ha risposto di sì e che al microfono avevano parlato di loro. La giornata si è finita così. Una grande emozione, la soddisfazione di avere fatto una 
cosa giusta, la delusione perché nessun genitore all’arrivo aspettava questi ragazzetti e la speranza che questi giovanissimi si appassionino alla corsa.

Il piede non mi faceva più male.

Giro del lago di Garda 2014, di Ermete Pastorio

Le idee migliori nascono all’improvviso, s’insinuano nella mente e scacciano ogni altro progetto o programma calcolato e predisposto, magari da lungo tempo. Alla fine di giugno mi ero preso una settimana di ferie per fare il giro dell’isola d’Elba in kayak assieme ad altri tre miei carissimi amici. Per la stessa settimana, altri amici kayakers del gruppo 1°CR.K360 di Salò (associazione alla quale anche io sono iscritto), avevano organizzato, grazie all’instancabile Paolo Soncina (e alla paziente sua consorte Daniela), il giro del Garda in kayak per sensibilizzare l’opinione pubblica in merito alla donazione di organi. L’idea di questo giro del Garda è nata alcuni anni fa, inizialmente tra gli ospedalieri di Brescia. Poiché il nostro giro all’Elba è saltato all’ultimo minuto, per vari problemi, ho telefonato al mitico Paolo e gli ho detto: “Io vengo a fare il giro del Garda, m’iscrivo, però lo faccio di corsa anziché in kayak”. Il buon Paolo, persona caratterialmente molto tranquilla, non mi ha detto di no. Ci siamo subito accordati, di massima, che avrei firmato una liberatoria, avrei dovuto correre da solo e rispettare il codice della strada e che avrei cercato di far coincidere le mie soste con le tappe dei kayak. Rimaneva irrisolto il problema delle gallerie bresciane da Toscolano a Riva del Garda, neanche pensare di attraversarle correndo, troppo pericoloso, quindi ci siamo accordati che avrei utilizzato un kayak per baipassare le gallerie, percorrendo una o due tappe col gruppo, almeno fino a Riva o addirittura fino a Malcesine.
Pochi giorni dopo, il martedì mattina della partenza per il giro, di buon’ora, mi sono presentato alla Lega Navale di Desenzano. Il lago mugugnava e faceva ballare le onde sotto un cielo nuvoloso e carico di pioggia, si vedevano le onde bianche al largo che alzavano le creste mentre il vento portava via gli spruzzi. I partecipanti alla spedizione, italiani, tedeschi e un paio di svizzeri, erano già sul posto e preparavano le barche. Dopo i calorosi saluti di rito con i ritrovati amici, ho consegnato i miei bagagli al camper che l’AIDO di Brescia aveva messo a disposizione per il trasporto: uno zaino, una borsa e la tenda da campeggio. Avevo già fatto il giro del lago in kayak gli anni precedenti e conoscevo alla perfezione l’organizzazione: tappe, soste, campeggi e distanze. Gli anni precedenti avevo anche stretto un forte legame di amicizia con i membri della spedizione. Dopo le foto di rito, li ho aiutati a mettere le barche in acqua e li ho visti partire, poi sono salito sulla strada e ho guardato verso nord in direzione di Salò, forse un attimo di esitazione e poi via.  
Mi sono sentito solo dopo lo scoppio di calore e di saluti di pocanzi e, forse per l’emozione, avevo iniziato correndo troppo veloce. Quando ho preso coscienza del fatto che avrei dovuto misurare le forze, ho rallentato ad un passo tranquillo continuando a percorrere la trafficatissima gardesana cercando i marciapiedi o la pista ciclopedonale. In questo tratto di strada, la possibilità di correre in sicurezza per un pedone sono poche, occorre fare attenzione, indossare abbigliamento appariscente e correre contromano. Il lago, che nel frattempo si era calmato, scivolava via alla mia destra, seminascosto dalle ville e dai giardini privati. Dopo pochi km sono arrivato a Padenghe, la prima tappa per la colazione, e ne ho approfittato per calcolare i tempi. Ero arrivato prima dei kayak, non era facile far coincidere le soste perché i kayak ed io facevamo percorsi diversi a velocità diverse. Dopo la colazione e dopo aver atteso che tutti i tedeschi bevessero il cappuccino, siamo ripartiti e di nuovo mi sono trovato solo. La strada ha iniziato a salire dolcemente verso Moniga (tappa saltata) e verso Manerba. A Manerba ho fatto una deviazione per allontanarmi dal traffico e, seguendo un cartello che indicava la strada panoramica, sono finito nel centro storico, dove ho ammirato le stradine antiche con acciottolati e case in pietra. All’ingresso del paese c’è una fontana con acqua buonissima. Quando finalmente ho iniziato a percorrere la strada panoramica, il paesaggio è cambiato: il lago sempre sulla mia destra, si vedeva in lontananza, dopo la valle verdeggiante e umida, appariva luccicare riflettendo la luce del sole e lasciava presagire che la giornata sarebbe stata tersa e calda. Poche automobili a disturbare la corsa mentre la stradina ha iniziato a curvare su un saliscendi che attraversava gli uliveti e la campagna. Il caldo e la sete si facevano sentire, ma avevo una sufficiente riserva d’acqua. Un paio di volte ho chiesto indicazioni ai passanti (per sicurezza), ma il lago, quando faceva capolino tra le colline e gli ulivi, era sempre alla mia destra. Ho cercato di indovinare la discesa per San Felice del Benaco ed ho avuto fortuna arrivando proprio sul molo dove l’AIDO aveva preparato il gazebo per il pranzo: panini e bevande varie. I kayak sono arrivati dopo circa mezzora e nell’attesa ho fatto il bagno. Abbiamo pranzato assieme, chiacchierato a lungo e preso il sole. Dopo i caffè (cappuccini per i tedeschi), siamo ripartiti. E’ dura rimettersi in moto dopo una lunga sosta e il pranzo, anche se leggero, servono un paio di chilometri per far ripartire le gambe. La stradina asfaltata si è arrampicata sinuosa serpeggiando sulle colline tra ulivi, vigneti, ville e campagna, mentre la baia di Salò si allargava davanti a me. Seguendo la costa con lo sguardo, oltre la baia, ho cercato di individuare, dove si trovasse la mia tappa finale: Toscolano Maderno. Ancora ulivi e colline, poi la stradina ha iniziato a scendere verso Salò, per finire in via delle magnolie e quindi ho corso sul lungolago tra turisti e bagnanti. Cominciavo a sentire il peso dei chilometri. Sapevo dove sarebbero arrivati i kayak ma non avevo idea dei tempi di attesa. I kayak, facendo il giro dell’isola di Garda che si trova all’ingresso della baia di Salò, come ogni anno, rallentando per ammirare lo spettacolare castello. Nel luogo destinato alla tappa, sul lungolago a Salò, ad attenderci, c’era una tavola imbandita con frutta varia e pizzette, se non ricordo male, tutto offerto dall’amministrazione comunale. Io ho atteso pazientemente l’arrivo degli altri. Dopo la merenda, i discorsi con gli amministratori e il locale gruppo dell’AIDO e lo scambio di doni, siamo ripartiti e di nuovo mi sono trovato solo con la strada che scivolava lentamente facendo scorrere case, giardini, ville e alberghi. Ancora dovevo cercare di indovinare il percorso migliore per evitare il traffico della gardesana. Le gambe giravano bene e, di quando in quando, una pista ciclo-pedonale mi ridava un po’ di ossigeno. Quasi inaspettatamente mi sono trovato alla fine del mio viaggio giornaliero: Toscolano Maderno … finalmente. Facendo la somma delle varie tappe, mi sono risultati 32 chilometri fatti complessivi in giornata. Per la notte eravamo ospiti di un centro che si occupa di assistenza a persone con disabilità, ci avevano messo a disposizione il parco su cui abbiamo aperto le tende.  Nell’attesa che arrivassero anche i kayak, mi sono mosso alla svelta per prendere i miei bagagli, posizionarmi con la tenda e fare la doccia. Quando sono arrivati gli altri, li ho aiutati nel tirare in secca le barche e abbiamo subito socializzato rinsaldando le amicizie, tutti felici di avere percorso il primo tratto di lago col tempo clemente nonostante le previsioni, tutti con storie da raccontare o battute per riscaldare il clima. L’allegria e la stanchezza erano tangibili. Rispetto all’anno precedente c’era un ragazzo, Andrea, che faceva il giro col SUP (tavola e remo) e una ragazza, Annarita, che utilizzava un kayak forse più adatto al fiume che non al lago. Senza nulla togliere ad Andrea, mi sono sentito in dovere di socializzare con la ragazza, anche se, in realtà, quello orfano ero proprio io, perché i miei amici dell’anno prima non partecipavano a questa edizione. Per la cena, la locale sezione dell’AIDO ci ha preparato uno strepitoso spiedo con polenta. Per primi sono stati serviti gli altri ospiti speciali del centro che ci ha accolto: ragazzi e ragazze con serie difficoltà e diverse disabilità. Poi è arrivato il nostro turno. La serata è volata via ciarliera, allegra e vivace. Tante chiacchiere, spiedo e vino, bella compagnia. Prima che finissimo di consumare i dolci preparati dalle signore (e Tina ha vinto la gara delle torte), è iniziato a piovere e, alla spicciolata, tutti abbiamo corso sotto la pioggia per raccogliere questo o quell’indumento stesi ad asciugare. Io avevo fatto e steso il bucato. Acqua, tuoni e lampi ci hanno accompagnato per gran parte della notte. L’indomani, per accordi presi con Paolo, avrei dovuto prendere un kayak e una pagaia a me sconosciuti e, assieme agli altri, saremmo dovuti arrivare a Riva del Garda: 38 km. Il lago urlava la sua rabbia e faceva alzare e sbattere le onde contro la spiaggia. Credo perfino di essere riuscito a dormire qualche ora. Quando mi sono svegliato, albeggiava e sembrava che il tempo fosse clemente con noi. Abbiamo raccolto sacche e tende mentre la pioggia arrivava solo a tratti. Io non ero sufficientemente vestito per affrontare onde e pioggia battente in kayak, avevo solo un impermeabile leggero e poco altro. Tutto il mio abbigliamento era predisposto per la corsa. E proprio la corsa mi ha salvato, ho fatto quello che ogni corridore al mio posto avrebbe fatto: ho cercato - e trovato - dei sacchi neri per la spazzatura. Sono stato tra i primi a scendere in acqua, volevo provare il kayak e cercare di conoscerlo prima di avventurarmi sulle onde. Siamo partiti, come sempre in questi casi, spinti da quella sottile incoscienza che indirizza gli sportivi dove le persone “normali” non andrebbero mai. La pioggia ha iniziato a scendere fitta mentre le nuvole si facevano sempre più nere. I tuoni esplodevano vicini e i lampi squarciavano le nubi. Alcuni di noi avevano le pagaie in carbonio e Paolo ha giustamente deciso di fare una tappa in attesa che si calmasse la burrasca. Anche Andrea, in piedi sulla tavola, aveva una pagaia in carbonio. Siamo scesi in una spiaggia mentre diluviava. Zuppi, ma ancora pieni di entusiasmo. Un chiosco ci ha fatto dei cappuccini caldi (tre euro l’uno). Io mi sono messo un sacco dell’immondizia, a mo di blusa, sotto il salvagente e uno sopra. Per me era assolutamente normale ma per gli altri forse meno. Quando siamo ripartiti, ero perfettamente isolato dalla pioggia, avevo la schiena e il torace all’asciutto e il paraspruzzi mi difendeva dalle onde. Dopo la partenza ci siamo accorti che una delle due barche a motore, che per sicurezza ci accompagnavano, era sparita. Semplicemente il barcaiolo l’aveva abbandonata sulla spiaggia e se n’era andato. Questo fatto ha causato alcuni problemi agli altri barcaioli che hanno dovuto tornare indietro per recuperare il natante. La pioggia e le onde ci hanno accompagnati per un lungo tratto e poi il lago è cambiato. In una giornata al lago si possono trovare tutte e quattro le stagioni. Le nuvole non ci hanno mai lasciato ammirare il sole che, da parte sua, faceva il possibile per squarciarle e riscaldarci mentre le onde si erano calmate. La sponda orientale del lago scompariva a tratti tra la nebbia e le nubi e poi ricompariva, grigia e fredda. Il monte Baldo aveva la vetta avvolta da una coltre di nubi fitte, ma si riusciva a indovinare la presenza della funivia osservando il versante della montagna. A Campione del Garda ci siamo fermati per il pranzo e ci è arrivata la notizia che a Riva del Garda, dove avremmo dovuto aprire le tende per la notte, era allagato. Paolo è riuscito a trovarci un posto per dormire a Limone, messo a disposizione dal comune: la palestra. Il lago nel frattempo si era abbastanza calmato e il vento ci spingeva. Siamo arrivati a Limone stanchi, ma felici di avere percorso un’altra tappa. Andrea, approfittando delle onde e del vento a favore si è invece diretto a Riva gel Garda. Prima della doccia, Annarita ed io abbiamo fatto una corsetta di mezz’ora. Io ho fatto il bucato e l’ho steso sulla rete della porta da calcio. Dopo una doccia calda e la predisposizione dei giacigli per dormire siamo andati tutti assieme in pizzeria. La mattina seguente sono ripartito col kayak. Ancora onde. Belle onde e siamo partiti tribolando non poco. Il tragitto verso Riva del Garda è stato, come sempre, molto impegnativo. Avevo preso dimestichezza col kayak ma non riuscivo a governarlo molto bene. Poi Paolo, a un chilometro da Riva, ci ha fatto girare a destra per attraversare il lago. La traversata è stata burrascosa, io remavo solo a destra perché il vento mi buttava verso destra e dovevo continuamente correggere. In queste condizioni, tutti assieme, abbiamo raggiunto l’altra sponda, dove il vento e le onde sono scomparsi all’improvviso. Da qui e verso Malcesine, è stata una passeggiata. Siamo arrivati al campeggio in anticipo. Abbiamo messo in secca le barche e ci siamo preparati per la salita sul Baldo con la funivia. Abbiamo pranzato tutti assieme, indossando le maglie dell’Aido, nella baita sulla vetta. Io, Tina, il buon Giosuè (medico), Giuseppe (altro medico), Andrea (con le scarpe medievali), Annarita (maratoneta) e Mariagrazia (camminatrice e infermiera), Romi (che poi si è persa) e Jürg (che si è fatto tutto il lago su una canadese con remo a destra), siamo scesi a piedi dal Baldo e tutti, chi più chi meno, siamo scivolati sulla roccia resa scivolosa per la pioggia. A Tina facevano male i piedi e l’abbiamo caricata a forza su una Panda di passaggio guidata da un tipo strano che aveva il sedile lato passeggero rotto e con lo schienale abbassato. Poi ci siamo preoccupati, ma oramai era tardi. Tina, per fare uno scherzo a Mariagrazia, che era andata avanti, si è abbassata sul sedile. Mariagrazia vedendo passare la panda con una persona stesa sul sedile, da buona infermiera si è preoccupata e ha pensato che avessero bisogno d’aiuto. Noi eravamo piegati in due e, dal ridere, non riuscivamo più nemmeno a respirare. Durante la discesa ha anche iniziato a piovere e io, in campeggio, come gli altri, avevo steso il bucato. La Romi è arrivata in campeggio, facendo un largo giro, poco prima che tutti iniziassimo a preoccuparci per il ritardo. Anche Andrea, con le scarpe medievali, è arrivato in campeggio. Se non ricordo male Jürg è arrivato in campeggio prima di noi, chissà da dove è passato.
Il mattino dopo, si è aggiunta al gruppo Cinzia che ha preso il kayak utilizzato da me nei due giorni precedenti. Io ho ricominciato la parte del tragitto di corsa e sono partito prima dei kayak per fermarmi dopo un chilometro per la colazione. Ho atteso il passaggio delle barche e li ho accompagnati dalla pista ciclabile correndo lentamente fino alla tappa dei 7 km dove tutti ci siamo fermati per la colazione. Io avevo già mangiato, a posta, in anticipo per digerire prima della corsa. Poi via, su una pista ciclo-pedonale bellissima, che affianca il lago, a tratti sassosa, affiancata da oleandri in fiore, lasciandomi alle spalle le nubi e incontrando ogni tanto qualche corridore con cui scambiavo il saluto di rito. La passeggiata attraversa paesini da cartolina: Brenzone, Castelletto e Pai, poi Torri del Benaco, la nostra tappa giornaliera, 28 km complessivi. A Torri ho atteso di nuovo l’arrivo dei kayak, ci siamo messi le maglie dell’Aido e abbiamo fatto le foto di rito con gli amministratori. Abbiamo occupato il posto per la notte nella palestra messa a disposizione dal comune, sotto la torre del castello. Docce e poi il pomeriggio liberi. Annarita ed io abbiamo fatto una leggera corsetta e poi il bagno nel lago. Ci siamo ritrovati tutti, passeggiando lungo le vie della cittadina e abbiamo visitato il castello (visita gratuita per noi). Abbiamo cenato nella palestra con cibo e tavoli preparati dai volontari. Io conoscevo la palestra e sapevo che c’è una sola stanzetta dove si riesce a dormire, ovviamente mi sono accaparrato il posto e Cinzia, Mariagrazia e Mara hanno fatto altrettanto. Gli altri erano sistemati nella parte larga della palestra e in un'altra stanza. Dopo cena siamo usciti in gruppo per il gelato. Nella nostra saletta VIP sono riuscito a dormire qualche ora. La mattina dopo, di buon’ora, ci siamo preparati per la partenza. Il lago era calmo. Io ho accompagnato i kayak con lo sguardo e sono salito, correndo, lungo la Gardesana. Cercando una pista ciclo-pedonale, sono finito in una proprietà privata e per uscirne ho dovuto scavalcare una recinzione con filo spinato mentre un cavallo bianco mi guardava incuriosito. Lungo il percorso ho incontrato due serpenti innocui della razza Coronella austriaca, hanno il manto e la forma che imita le vipere. Siamo arrivati nella cittadina di Garda e ci siamo fermati alla Lega Navale per la colazione. Sono ripartito, ancora solo, ho corso sul lungolago, cercando di schivare i turisti, fino a Bardolino e poi Lazise. A Lazise sono arrivato in anticipo sui kayak e mi sono diretto nel luogo dove avremmo pranzato (che conoscevo). Cercando una stanza per cambiarmi ho scoperto le docce e ne ho approfittato. Docciato, rilassato e con la maglia dell’Aido pulita, sono tornato sull’arenile per attendere i kayak. Abbiamo pranzato tutti assieme su un’unica lunga tavolata e poi abbiamo fatto una corta passeggiata nel centro storico per cercare di digerire l’ottimo cibo. Io, per tenermi leggero, ho rinunciato a malincuore al secondo e mi sono dovuto accontentare di una pasta alle verdure. La partenza da Lazise è stata lenta e pesante, forse per il pranzo o forse per la lunga pausa. Anche Erika col suo SUP si è aggiunta al gruppo, così come altri membri già da Malcesine. Non sono riuscito a trovare la pista ciclo-pedonale e quindi ho corso fino a Peschiera percorrendo la trafficata gardesana. Sono passato davanti a Gardaland e altri parchi. A Peschiera, la locale sezione dell’Aido aveva preparato per noi un gazebo con un lauto ristoro. Ho aspettato i Kayak che hanno fatto il giro del canale attorno alle mura della fortezza e, dopo avere fatto la merenda tutti assieme, sono ripartito verso il centro che ci ospitava per la notte. Arrivando prima degli altri, mi sono piazzato con la tenda e ho fatto la doccia senza code. Annarita ha aperto la tenda non lontano da me e così ha fatto anche Claudio, i tedeschi lungo la recinzione e altre tende sparse. Mariagrazia è dovuta scappare per fare la notte al lavoro con l’intenzione di tornare l’indomani per l’ultima tappa. La cena è stata preparata e servita dai volontari che si dedicano a soccorrere persone in difficoltà economiche offrendo un pasto caldo e una doccia nel centro che ci ospitava. Dopo la cena Paolo ha fatto una lotteria con ricchi premi e quasi tutti hanno vinto qualcosa. Al momento di dormire, l’incredibile ed esuberante Cinzia si è messa a chiacchierare e a fare comunella con i ragazzi che si erano aggiunti a noi per l’ultima tappa. Io avevo bisogno di dormire e quindi ho fatto la “tartaruga” trascinando la mia tenda in un'altra zona. Purtroppo, così facendo, ho variato la geografia del campeggio e il buon Claudio, che nella notte buia si orientava contando le tende si è trovato in difficoltà. Finalmente ho dormito un sonno profondo, forse favorito dall’erba su cui era posata la tenda o forse, semplicemente, sono crollato dalla stanchezza. La mattina dopo, abbiamo fatto una colazione abbondante ed io ho cercato di scambiare qualche parola con i tedeschi. Mara mi ha detto che con suo marito fanno spesso i sentieri sopra le gallerie bresciane e quindi ci siamo accordati per una spedizione assieme, voglio studiarmi i sentieri per l’anno prossimo. Alla partenza dell’ultima tappa, ho finalmente visto presentarsi Beppe e Mario: mitici compagni d’avventure con cui sarei dovuto andare all’isola d’Elba. Mariagrazia era tornata e assieme a Annarita non si sono lasciate sfuggire l’occasione di sfottermi un po’ di fronte ai miei amici e gli ha detto: “Non ne potevamo più di Ermete, sentiva la vostra mancanza e era sempre appiccicato a noi”. Poi ho visto i kayak partire per l’ultima volta. Io, di nuovo solo, ho iniziato a percorrere il lungolago, dove da bambino mio papà mi portava con la lambretta 150. Ha iniziato a scendere qualche goccia a poi ha iniziato a piovere. Ho raggiunto Sirmione percorrendo l’ultimo tratto tra giardini fioriti e viali alberati. Ho visto il castello ma ho rinunciato a fermarmi. Ho avvisato Paolo che non mi sarei fermato con loro per la merenda e sono ripartito verso Desenzano. Pioveva. La strada è scorsa sotto i miei piedi velocemente e la pioggia mi dava vigore. Alcune volte mi sono fermato a guardare il lago e in lontananza si scorgeva, tra la foschia, l’altra sponda. Lontana e misteriosa. Quando ho visto l’indicazione: “Desenzano 5 km” mi sono commosso e la pioggia galeotta copriva la mia emozione. All’arrivo alla Lega Navale di Desenzano il mio GPS mi dava 25 km percorsi nella giornata. Nell’attesa dei kayak mi sono fatto la doccia ma non avevo indumenti asciutti perché il camper dell’Aido, con le borse, non era ancora arrivato. Alla Lega Navale mi hanno regalato una maglietta di cotone, bella, calda, asciutta, col logo della Lega Navale e mi hanno anche ospitato a pranzo. Quando i kayak sono finalmente arrivati c’è stata un’esplosione di allegria e di fermento. Pioveva. Abbiamo tirato in secca le barche per l’ultima volta e, dopo le docce e dopo aver caricato i kayak sulle auto, tutti si sono preparati per la merenda offerta dalla Lega navale. Io avevo già pranzato e volevo andarmene alla svelta, sia perché avevo due ore di strada da fare e sia perché i miei famigliari mi attendevano. Dopo aver salutato tutti, prima di scappare via, Paolo mi ha dato un diploma del giro e una medaglia che ho apprezzato moltissimo. Noi corridori riceviamo medaglie ricordo alle maratone o alle corse importanti, ma questa medaglia era speciale. Il distacco dal gruppo è sempre carico di commozione, ma ogni volta ci lasciamo convinti di ripetere questa straordinaria avventura. Annarita ha detto che l’anno prossimo vuole farsela di corsa, Tina invece in bici. Vedremo. Con l’aiuto di Mara e suo marito, occorre trovare e provare, il sentiero per bypassare le gallerie bresciane e sarebbe interessante aggiungere “il carico da 11” inserendo la salita sul Baldo a piedi partendo da Malcesine (+1700 su soli 5 o 6 km). Col senno del poi ho valutato che c’è la possibilità di lavare e stendere l’abbigliamento della corsa giornaliera, in questo modo si può indossare la stessa maglia che dovrebbe essere tecnica e con il logo della manifestazione. Non vanno sottovalutati i cambi di temperatura e gli sbalzi d’umore del lago, quindi serve un abbigliamento completo, anche semi-pesante. Particolare attenzione va posta ai tratti di strada trafficata. La corsa, non particolarmente impegnativa, riserva forti emozioni sotto il profilo umano, per i forti legami di amicizia che si creano, e sotto il profilo sportivo per la spettacolarità delle vedute sul lago e perché si ha la tangibile sensazione della “dimensione” della distanza guardando l’altra sponda. Da sopra il monte Baldo, se c’è bel tempo, si riesce a vedere quasi tutto il lago e dopo un primo momento d’incredulità, l’emozione che si prova al pensiero di averne percorso il perimetro è molto forte. 

Maledetta primavera, di Cristian Fuser

Moonlight Half Marathon Primavera difficile quest'anno. Una serie di contrattempi mi rendono problematica la scelta degli obiettivi stagionali. Rinuncio mio malgrado alla maratona primaverile a causa di un infortunio che mi tiene completamente fermo per un mese e poi la ripresa con calma; un altro problema ad un piede mi fa perdere dell'altro tempo prezioso; un possibile impegno per la data della Moonlight mette in forse la mia partecipazione...insomma, per fine marzo riesco a mettermi a lavoro come si deve, per i primi di aprile riesco ad iscrivermi alla Moonlight e finalmente stendo il programma di avvicinamento. 8 settimane di allenamento divise in 2 tranche: le prime cinque sui 10 km, con obiettivo la Corrimestre del 4 maggio e poi, le altre 3, per aggiungere chilometraggio in ottica Moonlight.
Va tutto bene, le settimane scorrono senza ulteriori contrattempi ed il test mestrino mi dà dei buoni segnali. Allo stesso modo le successive 3 settimane procedono come da programma, anche se accuso un po' di stanchezza nell'ultima, ma mi occupo solo di scarico, per cui alla partenza da Cavallino sarò in forma.
In fase di avvicinamento non ci penso, non ho un obiettivo fissato, se non quello di avere una forma che mi permetta di affrontare la gara spingendo dall'inizio alla fine senza cedimenti, che poi ne esca il mio PB o meno, è un altro paio di maniche. Ma nell'ultima settimana, il mio personal trainer scopre le carte: obiettivo ambizioso di ritoccare il mio PB, oltre ad aver trovato un pacer a mia disposizione, che mi aiuti nel raggiungere quello che cerco. L'unico pensiero diventa quindi quello di curare la giornata, in modo da arrivare all'orario di partenza nelle migliori condizioni.
Dopo aver fatto un opportuno riscaldamento, sento un fastidio al polpaccio sinistro, quello che mi ha tenuto fermo quest'inverno...ma scopro che Enrico, il mio "personal pacer" è fisioterapista, mi massaggia per una decina di minuti e torno come nuovo!
Alle 19.30 in punto viene aperto l'accesso alla gabbia e mi fiondo dentro. Sono proprio all'inizio della seconda gabbia, quasi al nastro divisorio con la prima, non ne sono abituato. Con me ci sono Enrico e Marco: Marco ci abbandonerà subito dopo lo start, ha un altro ritmo, mentre Enrico ha il mio garmin, controllerà lui il ritmo di gara, io dovrò "solo" fare andare le gambe.
Partenza! In mezzo alla folla ricevo subito un calcio sotto al piede, mi pare anche di sentire un commento della serie "se vai piano, parti indietro"...ma se sono nella seconda gabbia è perché me la sono guadagnata, non perché ho dichiarato il falso...è come se io gli avessi detto "se sei cretino, non venire a correre", ma non c'è divieto per i cretini, quindi soprassedo, ho altro a cui pensare!! A parte questo particolare, non ho avuto problemi di traffico, il serpentone è andato spedito ed anche alla prima curva secca verso sinistra, non ci sono stati ingorghi problematici. Visto che il mio garmin ce l'ha Enrico, chiedo a lui riscontri cronometrici, per farmi un'idea di come stiamo andando; i segnali ai primi 2 km indicano che siamo un po' troppo allegri come andatura, dal terzo siamo già in linea. Ho le gambe un po' rigide, mi sembra di essere a corto di fiato...Enrico parla e scherza con tutti, racconta barzellette e tiene costante il ritmo. Non ho visto altri Oll Scars nei paraggi per il momento: Marco e Giancarlo sono sicuramente davanti, mentre mi aspetto da un momento all'altro il sorpasso dei triatleti.
Cercando di mantenere il ritmo e rispondendo a monosillabi alle battute di Enrico, sforzandomi anche di sorridere perché erano simpatiche, ma facevo fatica, siamo arrivati al decimo km, al passaggio del quale avevo programmato un tempo compreso tra i 46' e i 46'30". Tempo effettivo di 45'52", meglio del preventivato, si prosegue!
Al decimo km esatto, una voce mi dice "ma dove vatu da sol"...era Giorgio, il mio compagno di "battaglia" alla mezza di Paese, che partito un po' più indietro di me, mi ha recuperato e dopo avermi salutato, prosegue nel suo intento di abbattere il muro dell'ora e 35'. Avrei tanto voluto condividere con lui questo obiettivo come a Paese, ma l'ora e 35' non era alla mia portata.
Come detto, aspettavo i triatleti: una voce alle spalle sentenzia "me par che se drio 'ndar massa forte pal tempo che ve pensà". E' Enrico, non il mio pacer, ci ha raggiunti e ci stacca. Verso l'undicesimo arrivano anche Massimo e Stefano, viaggiano un po' più forte e ci staccano anche loro.
Arriva la salita del cavalcavia, poi la discesa, la curva stretta, il passaggio sotto e poi il tratto probabimente più complicato: quei 3 km tra andata e ritorno in cui prima guardi in faccia coloro che ti precedono e poi quando svolti, guardi in faccia coloro che ti seguono. Il nostro ritmo qui è leggermente diminuito (il tds dirà poi che la media è di un secondo più lenta rispetto ai primi 10 km) e le sensazioni sono migliori rispetto ai primi km. Nel tratto di andata vedo tutti i miei compagni che mi sono davanti e li incito, poi svolto e controllo anche quelli che mi sono dietro, scorgendo Attilio, Andrea, Moreno e un po' più indietro anche Fabio. Si arriva così al 18esimo ed è ora di cambiare marcia, dare tutto per gli ultimi 3 km. Enrico mi sprona tantissimo, ma una volta entrato in via Bafile le mie gambe non ne vogliono sapere...a fiato ci sono, ma il passo non incrementa. Anzi, un po' anche cala. Per quanto possibile cerco di tenere duro, Enrico continua ad incitarmi, ma non c'è verso, il cambio di ritmo non arriva.
Finalmente però davanti a me intravvedo il traguardo e capisco di essere veramente vicino...poi si dirada la gente che ho davanti e riesco anche a vedere il cronometro ufficiale che scandisce il tempo: è fatta!!! Esulto ancora prima di passare il traguardo, ho migliorato il mio personale!!!

Per questo risultato devo ringraziare:
- il mio personal trainer, Fabrizio, che mi ha preparato perfettamente;
- il mio personal pacer, Enrico, che mi ha sostenuto tutta la gara ed ha scandito il ritmo;
- Marco, con il quale abbiamo condiviso sensazioni ed impressioni, soprattutto nella tesa settimana che ci portava all'evento.

Vedo Rosso alla Turin Marathon, di Fabrizio Rosso

Domenica 16 novembre 2014. Piazza San Carlo. Torino. Mattinata soleggiata.
Tre mesi di allenamenti emozionanti ed intensi stanno per sublimare in una corsa lunga poco più di 42 km.
Preambolo: arrivo con un certo anticipo a Torino. Già venerdì pomeriggio, io ed Erika passeggiamo in centro.
La città è splendida: strade e lunghi viali dalla geometria inesorabile, piazze, palazzi, negozi, monumenti dal fascino magnetico. Memorie di epoche fondamentali per la nostra storia di italiani.
Mi sto divertendo molto. Il soggiorno è magico: lunghe camminate in città con visita al museo del cinema e al museo della sindone nella giornata di sabato, sotto pioggia battente.
Penso a tutto fuorché alla maratona e non capisco se si tratti di un bene o di un male. Mi trascino un forte raffreddore con mal di gola da ormai 5 gg e m’interrogo addirittura sull’opportunità di partire all’indomani.
Sabato trascorre senza la solita tradizionale rifinitura (20’ leggeri + allunghi): non ho voglia di correre sotto la pioggia. 
Vado a letto, confidando nel meteo favorevole.
Domenica mattina mi sveglio, sbrigo le formalità di rito ed esco senza mai guardare fuori dalle finestre per godere al massimo dell’eventuale sorpresa legata alla presenza del sole … e luce fu!!!!!
Imbastisco un breve riscaldamento vicino all’appartamento, rientro, mi cambio, prendo un caffè, saluto Erika, dandole appuntamento all’arrivo alle 12.29.
Torniamo ora agli attimi immediatamente precedenti la partenza.
Sono pollo in batteria a ridosso dei top runners.
Qui le gabbie hanno semplicemente la funzione di indicare agli atleti dove posizionarsi a seconda del tempo che vorranno realizzare. L'organizzazione confida nel buon senso dei partenti ma in Italia il buon senso è merce rara e mi ritrovo a fianco di due signore sulla sessantina, visibilmente sovrappeso.
Proditoriamente viene dato il via ufficiale senza alcun preavviso mentre armeggio con l’mp3.
Partenza veloce in leggera discesa, a fare slalom per 500 metri, con il lettorino mp3 in mano.
Poi, la situazione si fa meno caotica e riesco a mettermi tranquillo. Supero e mi superano. Soprattutto mi superano. In tanti. Il livello è molto alto.
Dopo un paio di km realizzo nell’ordine:
  • -          che oggi ho voglia di correre
  • -          che il raffreddore non m’infastidisce più di tanto
  • -          che non posso chiudere ai miei ritmi migliori
  • -          che voglio a tutti i costi chiudere in 2h59’, con belle sensazioni e godendomi il percorso
  • -          che non faticherò a trovare compagnia lungo il percorso
  • -          che il percorso è veloce
  • -          che sto correndo storto ma a ritmi accettabili e senza fare troppa fatica

In testa elaboro la tattica: in spinta fino al quindicesimo km. Quindi, dal sedicesimo alla mezza, rallentamento controllato. Poi, fino al trentesimo, ulteriore leggero rallentamento. Dal trentesimo alla fine, gestione del vantaggio sulla tabella di marcia, gustandomi percorso, pubblico, atmosfera e saluto di Erika all’arrivo.
Sono in corsa. Km quattro ed in mezzo ad una bolgia di seimila partenti, mi ritrovo a correre al fianco di Danilo, conosciuto in coda ai gabinetti del museo del cinema il giorno prima!! Piccolo il mondo!
Conversando amabilmente, dopo aver corso con il Po alla nostra destra, superiamo nell’ordine Moncalieri e Nichelino, abbracciati da due ali di folla che mai mi sarei aspettato. Sono talmente coinvolto che zigzago a destra e sinistra per scambiare il cinque coi bimbi impavidi che allungano la manina. Così facendo mi rendo conto di allungare la strada ma non me ne cala molto.
Sto correndo e mi sto divertendo: questo è ciò che conta!
Al diciottesimo km, in leggera salita, lambiamo la palazzina di caccia di Stupinigi (credo di averla riconosciuta come tale) e da quel punto saluto Danilo che cerca di chiudere in 2h48’. Inserisco il pilota automatico. Il ritmo si alza leggermente. Raggiungo la mezza in 1h24’, quasi 1h25’. Rallento ulteriormente ed insisto a fare del cabaret con la gente a bordo strada. Davvero tanta!!
Al venticinquesimo km, mi raggiunge il vergineo trentin che in progressione raggiungerà Piazza Castello in 2h52’. Mi spinge a stare con lui ma non ho alcuna intenzione di spremermi, rischiando di far saltare il piano perfetto.
Poco prima del trentesimo km inizia un’impercettibile ascesa che alza le medie di percorrenza. L’avevo letto nei blog e non mi faccio prendere dallo sconforto. Dovremmo tornare in piano al km trentatre.
Passo al km trenta e non guardo neanche l’orologio. So bene che ho ancora un bel vantaggio sulla proiezione finale di 2h59’.
Inizio a ragionare, concentrandomi sui singoli ristori, ben consapevole di essere entrato nella parte più difficile della maratona. Sono davvero curioso di esplorare me stesso e le reazioni di testa e fisico.
Inizio a sentire la stanchezza e non appoggio bene. In realtà, sono partito senza correre bene e l’assetto peggiora di km in km. Sono i miei punti deboli, il bacino fuori asse e l’appoggio fallace del piede destro. Quel maledetto piede piatto..
Sono al Km trentatre, come gli anni di quel Qualcuno, la cui sindone, è conservata in una cappella del Duomo della città, il cui centro sto per raggiungere.
Organicamente sto da Dio (tanto per restare sull’argomento). Sono in controllo ad un ritmo prossimo al mio fondo lento. Vengo soprattutto rimontato ma non me ne curo. Accendo la musica del mio mp3.
La strada mi pare persino in leggera discesa. Ad un certo punto, mi chiedo se sia il caso di provarci. Mi chiedo se sia il caso di spingere. L’interrogativo m’assale al km trentasei. Probabilmente, con un po’ di coraggio, potrei limare un minuto.
Km trentasei e mezzo ed il cervello elabora la risposta: stattene buono. Continua a godere.
Affermativo: mi sto divertendo. Sono in una condizione invidiabile. Ne avrei ma gestisco.
Anche questa è una piccola vittoria per me: imparare a gestire ritmo ed emotività.
Ancor più galvanizzato, percorro i lunghi viali torinesi, alla ricerca di manine da sfiorare in gesto di saluto. Rispondo agli incitamenti. Sono nel flusso, sicuro di stare sotto alle tre ore.
Km quaranta. Le gambe sono rigide. L’andatura storta. La testa presente. Le forze anche. Sono io che sorpasso zombie già da qualche minuto.
Km quarantuno. Tolgo gli auricolari perché voglio essere certo di sentire e vedere Erika. Ormai i crampi ai polpacci non m’assaliranno più. Rompo gli indugi ed accelero.
C’è tantissima gente lungo il rettilineo finale, da una parte e dall’altra. Finalmente scorgo Erika che si sporge dalle transenne per salutarmi. Entusiasta, contraccambio piuttosto teatralmente ed accelero ancora.
Ultimi duecento metri a braccia alzate, sorridente.
Sono arrivato davanti a Palazzo reale in 2h56’25”: penso a tutto e a niente allo stesso tempo.
Ritrovo Danilo che ha chiuso due minuti prima, in sofferenza. Ritrovo Trentin che ha chiuso la fatica correndo due mezze in fotocopia (1h26’+1h26’) alla sua veneranda età. Soprattutto ritrovo Erika che mi passa indumenti asciutti e mi abbraccia.
Al di là di ogni retorica, ammesso che una semplice corsa meriti una dedica, voglio indirizzarla agli Oll Scars: non c’è bisogno che scriva perché.                    
Infine, visto che questo scritto verrà letto anche dai diretti interessati, dovuti ringraziamenti, per differenti motivi, ad Alessandro Marin e ad Erika&Tobia.

Per incorniciare l’intera esperienza, adeguata ed immancabile colonna sonora: http://www.youtube.com/watch?v=5j4l_NdkYMQ